E' il titolo di un pamphlet di Gad Lerner uscito due anni fa.
In questo libro Lerner critica l'uso e l'abuso delle identità, delle radici e delle origini che servirebbero solo ad aumentare le divisioni, i conflitti e vere e proprie guerre tra il genere umano, proprio in un'epoca in cui la cd. globalizzazione avrebbe dovuto superare le barriere, le differenze, eliminare le antiche rivalità religiose, etniche e sociali. Invece, proprio in questi ultimi anni si è diffusa un'incontrollabile tendenza ad esaltare le proprie origini e costruirsi una propria identità che si afferma superiore alle altre. Tutto questo non è assolutamente un segnale di progresso umano, anzi!
Vogliamo parlare di islamismo, ebraismo, cristianesimo,piuttosto che di bianchi o neri oppure di rom o di africani ?
Anche noi italiani non siamo esenti dal gioco delle identità, del sud, del nord, del centro, siciliani, piemontesi, calabresi, lombardi ecc. non possiamo certo dire di avere un'identità precisa se non a livello forse culturale... Anche io spesso ricordo di essere nato in Calabria e che mi sento veneto di adozione, mentre ora sono deportato in Toscana (parafrasando il poeta Virgilio che aveva fatto scrivere sulla sua epigrafe: Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenopae...). A ben riflettere però con tutte le occupazioni e le invasioni di altri popoli che nel corso dei secoli abbiamo subito, proprio non possiamo dire di avere un pedigree purissimo. In realtà siamo tutti dei bastardi, per fortuna e come tutta la razza umana del resto. E' un principio della genetica che gli esseri viventi per sopravvivere devono conservare una forte diversità biologica o biodiversità.
Dunque ben venga il meltin' pot e, se siete dei viaggiatori (come me) dimenticate pure dove siete nati, non ha importanza. E' importante solo ciò che siete e che date di voi al vostro prossimo.
Vi lascio una bella canzone di Luca Carboni che, secondo me, ha davvero centrato il punto, anche prima di Gad Lerner!
mercoledì 8 agosto 2007
Tu sei un bastardo!
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rob
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8/08/2007 09:19:00 PM
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domenica 5 agosto 2007
Ma gli essere umani sono geneticamente cattivi ?
Questo è un argomento davvero agostano e, forse, di lana caprina.
E' naturalmente collegato al precedente sulla felicità. Un pensiero che mi è venuto leggendo un bellissimo post su un blog di Greg: "The gates of dawn".
Il post del 22 giugno 2007, si intitola: "Quanti sono i cattivi?" e racconta un aneddoto storico dell'antica Grecia. C'è anche un bel commento della carissima Orchidea blu (che comincio a conoscere leggendo blog e commenti e devo dire che condivido molte idee con lei).
Chi volesse sapere di più sulla storia raccontata può farlo anche su wikipedia.
Io però mi rifiuto di pensare che la maggior parte degli uomini sia cattiva, anche se tutti gli indizi vanno in questa direzione, esperienze personali, storia degli uomini a cominciare dall'ultima tesi sull'estinzione dell'homo Neandertalensis, dovuta alle violenze dell'homo sapiens sapiens(??) per non parlare della storia recente (l'ultimo secolo narra di grandi genocidi).
Anche ognuno di noi nella vita quotidiana ha potuto sperimentare piccole e grandi cattiverie, cosa pensare ?
The answer, my friend, is blowin' in the wind....
Post Scriptum (alle ore 17.30 del 5 agosto)
Non vorrei essere frainteso, io rimango ottimista e ho fiducia negli uomini e nel mio prossimo, quando conosco qualcuno per la prima volta, non parto mai prevenuto, continuo a prendere fregature abissali, ma non mi interessa, posso starci male per un po' ma nessuno potrà togliermi mai nè il piacere di dare qualcosa di me nè la mia dignità. Per me la risposta alla domanda se l'uomo è genet(r)icamente cattivo o banalmente incline al male, è assolutamente NO!
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rob
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8/05/2007 12:40:00 PM
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giovedì 2 agosto 2007
Cos'è la felicità ?
Effetti del Buon Governo 1337-1340 (particolare) Affresco di AmbrogioLorenzetti -Siena Palazzo Comunale
Oggi mi ha particolarmente colpito una lettera indirizzata al giornale La Repubblica da un avvocato di Catania (Paolo Spanti). Nella lettera si afferma il principio che non può esistere la felicità individuale perché l'essere umano è un essere sociale, integrato in una collettività. In altre parole o si è felici tutti assieme oppure ci sono solo momenti di piacere individuale che non possono essere chiamati felicità.
"La vera felicità -dice l'autore della lettera- è vivere in una collettività in cui ti senti parte integrante, in cui sei in sintonia nel contesto dinamico ed armonioso delle risorse organizzate da un governo locale e centrale che ben ti rappresentano e che condividono le tue aspettative, fissando i principi, determinando gli scopi da perseguire, gli obiettivi da raggiungere, i valori da affermare. Solo allora avverti di dare un senso alla vita e alle azioni in quanto uomo sociale e solidale, con il tuo contributo fattivo ed utile all'aspirazione a quelle conquiste permanenti."
Anche Aristotele aveva intuito che la felicità può essere solo un'esperienza collettiva.
Deve essere un'esperienza pubblica, politica, intersoggettiva, proprio perché è un'aspirazione comune a tutti gli uomini e a tutte le donne.
Io sono convinto che è così, anche se, qui e oggi, siamo molto lontani dall'obiettivo.
Le azioni umane che si possono riscontrare quotidianamente vanno in tutt'altra direzione. Incendi dolosi, inquinamento, degrado ambientale, emergenza rifiuti, sprechi ignobili, disorganizzazione dei servizi e delle istituzioni, abusi e prevaricazioni, violenze e terrorismo, ci comunicano e ci fanno vivere solo esperienze infelici e devastanti anche solo sul piano psicologico.
Il discorso si ricollega al rispetto delle regole, all'etica pubblica e privata ed alla mancanza di civismo già ribadito.
Voi cosa ne pensate ?
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rob
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8/02/2007 08:47:00 PM
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martedì 31 luglio 2007
Per il merito e il rispetto delle regole
Poiché tutti i cittadini sono eguali, essi debbono poter accedere in modo eguale a tutti gli impieghi pubblici, secondo le loro capacità e senza altro criterio che quello delle loro virtù e dei loro talenti. | |
Anche la nostra Costituzione (una delle migliori al mondo se non ci mettono più le mani, diciamolo!) prescrive, all'articolo 97, che agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, ma questo principio è oggi calpestato in modo vergognoso. Da un lato perché molti concorsi sono una farsa, da un altro perchè molti incarichi sono affidati fiduciariamente (cioè mediante una scelta non motivata dal merito professionale).
Questa situazione, oltre che far venire meno la fiducia dei giovani bravi e preparati in cerca di occupazione nel pubblico impiego, rischia di farci diventare come quei Paesi del terzo mondo, dove ingiustizia, corruzione e abusi di ogni genere sono la regola.
E' di oggi la notizia che in Kenia sono stati arrestati due cineasti italiani, accusati ingiustamente di contrabbando di armi (le armi erano di plastica e servivano per il film che stavano girando.
Leggete l'articolo del Corriere della sera: è allucinante!
Per questo è necessario che tutti noi chiediamo sempre il rispetto della Costituzione e dei nostri diritti fondamentali, che guardate un po', già dal 1789 in Francia erano stati individuati, noi ci abbiamo messo più tempo, ma ci stiamo mettendo molto meno per dimenticarli...
Puntualissima, a distanza di un giorno dal post, è arrivata la conferma delle conseguenze dello spoils system. Vi chiedo la pazienza di leggere questo articolo di Repubblica di ieri (ma la notizia è riportata da quasi tutti giornali anche oggi). Ricordatevi che ogni euro evaso lo paghiamo in più noi!!!
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rob
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7/31/2007 08:47:00 PM
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lunedì 30 luglio 2007
Autocitazione doverosa
Mi dispiace, questa è un'autocitazione (ma cos'è in fondo un blog ?) e sarà anche dura da leggere tutta.
Però i cittadini devono sapere, devono capire che quando si parla di fannulloni tra i pubblici dipendenti, quando si parla di sfascio nella pubblica amministrazione ci sono anche verità scomode che nessuno dice (nemmeno il prof. Ichino, che fa tanto il moralista, guarda un po'...).
Ripristiniamo il merito professionale e poi ne riparliamo.
P.S. guardate la data dell'articolo (1997), dopo dieci anni le cose sono diventate drammatiche...
Riforma della pubblica amministrazione e primato della politica.
In questi ultimi tempi, si sta facendo sempre più frenetica l’attività del legislatore al fine di riformare la pubblica amministrazione.
Qualcuno ha parlato di alluvione legislativa, qualcun altro ha parlato di Babele delle leggi. E così assistiamo a modifiche di modifiche di leggi appena sfornate con provvedimenti bis, ter, quater e via numerando.
Quando è iniziato il diluvio ? Se riflettiamo un attimo con la mente scevra da condizionamenti, ci si rende conto che i problemi sono iniziati proprio quando ci si proponeva di risolvere gli stessi problemi che, però, prima di questa azione pervicacemente autodistruttiva, erano di molto meno gravi.
Per circoscrivere il tema agli enti locali, il legislatore del 1990 aveva emanato una nuova legge sulle autonomie locali e sul procedimento amministrativo (la legge 142 e la legge 241) che, per prime, dopo diversi anni avevano codificato un sistema di separazione dei poteri tra programmazione, indirizzo e gestione; tale sistema, se perseguito coerentemente, avrebbe portato certamente al miglioramento continuo dell’attività amministrativa, istituendo un circolo virtuoso di responsabilità-professionalità dei pubblici funzionari.
Non è dato di sapere se il legislatore degli anni '90 lo abbia fatto con questa intenzione poiché alla separazione dei ruoli avrebbe dovuto conseguire anche il risultato della riduzione delle responsabilità (penali, civili ed amministrative) in capo ai politici del tempo, lasciando loro solo responsabilità politiche sanzionabili solo dagli elettori con il loro voto. E’ certo, però, che da quel momento i funzionari pubblici degli enti locali per la prima volta avrebbero risposto direttamente e da soli del loro operato davanti ai giudici amministrativi, contabili, penali ed anche civili.
Ricordo ancora il presidente della sezione giurisdizionale della Corte dei Conti che in un convegno ebbe a dire che non ci sarebbe stato più "l’ombrello dei politici" (sic!) a tutelare i dipendenti.
Successivamente, il legislatore ha proceduto incoerentemente sulla strada della separazione dei poteri con provvedimenti a volte ambigui, a volte contraddittori.
I primi ad essere interessati da questa schizofrenica attività sono stati i segretari comunali, e spesso in questi ultimi tempi ci siamo chiesti del perché di tale accanimento contro una categoria che, peraltro, aveva sempre dato prove non solo di alta professionalità, ma anche di responsabilità e senso del dovere. In realtà il disegno riguarda, come vedremo tutta la pubblica amministrazione.
E siamo arrivati alla questione della dirigenza e, più precisamente, alla questione della nomina dei dirigenti.
Sull’argomento ci sono due scuole di pensiero.
La prima afferma che gli incarichi devono essere affidati con metodi concorsuali e criteri di professionalità che premiano i meriti dei migliori, salva la possibilità di revoca in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi, previo l’utilizzo di neutrali sistemi di valutazione.
La seconda sostiene che gli incarichi di dirigenza sono affidati dagli organi politici sulla base dell’ intuitu personae, sono dunque di natura fiduciaria poiché l’organo politico elettivo ha un programma da rispettare che lo impegna verso i suoi elettori e la maggiore garanzia di realizzazione sarebbe offerta dal preporre agli incarichi di responsabilità persone di fiducia dell’eletto (da notare in argomento una considerazione che credo finora, nessuno abbia fatto, perché nominare intuitu personae il segretario comunale e privarlo poi da tutte le attività amministrative gestionali -salvo il caso della contestuale nomina a direttore generale- se è vero che la nomina fiduciaria si giustifica con la realizzazione del programma?).
La tesi della nomina fiduciaria, comunque, non ci sembra da condividere non tanto perché non possa funzionare o non sia un sistema realizzabile anche nel nostro paese (il prof. Stelio Valentini, in un recente convegno a Siena sui segretari comunali, ha ricordato che non bisogna mai dimenticare che nei paesi anglosassoni abitano, appunto, gli anglosassoni e non gli italiani).
Questo sistema potrebbe anche funzionare, però con una serie di modificazioni sostanziali.
Anzitutto, occorrerebbe rinunciare alla separazione dei ruoli tra politica e gestione che è inconciliabile con la nomina fiduciaria del dirigente da parte del politico (lo ha ricordato sempre il prof. S.Valentini). Credo che sia sotto gli occhi di tutti l’incongruenza madornale di un dirigente nominato fiduciariamente che poi non faccia di tutto per accontentare il suo amministratore politico anche nelle scelte gestionali, scelte magari non proprio tecnicamente ineccepibili.
E’ vero che il governo, tramite i suoi esponenti, ha sempre affermato che questo sistema fa affidamento sul senso di responsabilità degli organi politici, ma con questo vogliamo dimenticarci completamente il passato e la provenienza di certi uomini politici ?
La natura umana è debole, come sappiamo tutti, è per questo che occorre trovare delle garanzie che non portino il sistema ad aberrazioni devastanti.
In effetti, la separazione dei ruoli è una sacrosanta intuizione che sarebbe veramente la giusta garanzia del miglioramento della qualità dell’attività amministrativa (si veda sull’argomento il bellissimo e chiarissimo saggio di Carlo Saffioti "Politica e gestione. Distinguere i ruoli a garanzia della qualità dell’attività amministrativa" in Rivista del Personale dell’Ente locale nov.dic. 1998, p.781) e, quindi, tale distinzione è irrinunciabile per una giusta riforma della pubblica amministrazione.
Del resto anche Luigi Einaudi, in occasione di un discorso sulla riforma della giustizia fiscale, aveva affermato che non ci poteva essere una vera equità fiscale se i funzionari pubblici non fossero stati preparati professionalmente, indipendenti e al servizio dei cittadini. L’indipendenza del funzionario è quindi un bene da difendere perché è garanzia che la sua professionalità si esplicherà in modo obiettivo per il bene di tutti i cittadini e non solo per la parte politica temporaneamente al potere.
Insomma o si crede al principio di separazione o si crede all’incarico fiduciario. Il legislatore deve scegliere, è in gioco il destino della pubblica amministrazione.
Altrimenti, si è autorizzati a pensare che ci sia un trucco.
E il trucco è anche semplice da scoprire: la separazione dei ruoli serve ai politici a non avere dirette responsabilità da difendere davanti alle corti di giustizia, nello stesso tempo la politica è protagonista in tutt’e due i ruoli, sia di programma sia di gestione, conservandosi una sorta di potere vitae necisque sui dirigenti e realizzando in tal modo quel primato della politica tanto caro a coloro che governavano ante operazione mani pulite (ormai caduta nell’oblio).
Nell’ultimo numero della rivista Micromega, lo scrittore Andrea Camilleri ricorda come, secondo un politologo francese, l’obiettivo della sinistra sia quello di realizzare effettivamente la libertà, l’uguaglianza ed il diritto e che la sinistra al potere farebbe meglio ad operare per la riqualificazione della politica piuttosto che per il primato di essa che non deve essere l’obiettivo di una società civile.
Mi permetto, infine, di richiamare, sommessamente, un verso del Sommo Poeta a beneficio di quanti, studiosi e cultori del diritto oggi, a giustificazione di irrazionali scelte del legislatore, affermano che il mondo è cambiato e bisogna comunque adeguarsi: "Considerate la vostra semenza, fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza".
dal sito www.lexitalia.it luglio 1997
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rob
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7/30/2007 07:19:00 PM
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domenica 29 luglio 2007
Un eroe borghese

Il mese di luglio è il mese della mattanza...
Mi spiace essere così crudo, ma è la realtà dei fatti. In questo mese, oltre alla strage di via Amelio, si dovrebbe ricordare la morte di un'altra persona onesta e solitaria.
Giorgio Ambrosoli.
Vi lascio ad un articolo di Giorgio Bocca di due anni fa, nel quale si racconta (sicuramente molto meglio di come potrei farlo io) la storia di questo eroe italiano.
"Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo che saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto. Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa".
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rob
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7/29/2007 09:19:00 AM
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lunedì 16 luglio 2007
I furbi e i fessi
Domani parto per un breve periodo di vacanza e non avrò voglia di venire sul web almeno fino al 28 luglio. Vi lascio perciò un altro elemento di riflessione sulla società italiana.
Capitolo I. - Dei furbi e dei fessi
1. I cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi.
2. Non c'è una definizione di fesso. Però: se uno paga il biglietto intero in ferrovia, non entra gratis a teatro; non ha un commendatore zio, amico della moglie e potente nella magistratura, nella Pubblica Istruzione ecc.; non è massone o gesuita; dichiara all'agente delle imposte il suo vero reddito; mantiene la parola data anche a costo di perderci, ecc. questi è un fesso.
3. I furbi non usano mai parole chiare. I fessi qualche volta.
4. Non bisogna confondere il furbo con l'intelligente. L'intelligente è spesso un fesso anche lui.
5. Il furbo è sempre in un posto che si è meritato non per le sue capacità, ma per la sua abilità a fingere di averle.
6. Colui che sa è un fesso. Colui che riesce senza sapere è un furbo.
7. Segni distintivi del furbo: pelliccia, automobile, teatro, restaurant, donne.
8. I fessi hanno dei principi. I furbi soltanto dei fini.
9. Dovere: è quella parola che si trova nelle orazioni solenni dei furbi quando vogliono che i fessi marcino per loro.
10. L'Italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l'Italia sono i furbi che non fanno nulla, spendono e se la godono.
............. continua .........
Queste frasi, che continuano con altri capitoli, non sono state scritte da me, ma fanno parte di un saggio scritto e pubblicato a Firenze da Giuseppe Prezzolini nel 1921 che si intitola "Codice della Vita Italiana".
Grazie al sito di Alberto Siena è possibile leggerlo anche qui, in internet.
Credo che pur essendo un pamphlet molto sintetico, abbia centrato alcune caratteristiche del popolo italico, che, a ben vedere, sono state stigmatizzate anche in tempi abbastanza lontani dai nostri. Eppure leggendolo si potrebbe dire che sia stato scritto ai giorni nostri, magari da Gian Antonio Stella,piuttosto che da Marco Travaglio o da Oliviero Beha oppure da Beppe Grillo.Che ne pensate ? Fa riflettere, vero ?
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rob
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7/16/2007 06:52:00 PM
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